Thursday, 20 April 2017

It is all about perspective

You walk into someone's life and you know nothing. You assume, because they are smiley and friendly, that they had an easy life: no drama, no trauma, no death to make them angry.
You assume that you always are the different one, like when you were the scared little girl that had to change school in 3rd grade because her mom had died and her dad couldn't handle it.
That stigma, that you were the different one, the unlucky one, the one that had to be strong and knew what life was all about. That stigma is still there with you everyday, when you believe that you had the shittiest life - for a middle class, first world, so far healthy woman of course: perspective always-.
It's there when you assume that everyone else, in your middle class, first and almost healthy world, comes straight out a fairy tale book.
Until it is not.
Until you realize that many others had a pretty shitty life and you had no idea. Because, like you, they are smiley and friendly, but they nod in deep understanding when you say that you know what loss means. Exactly as you did so many times.
I have been pretty unlucky for time to time in my life - many will not have to go through some of my shittiest moments. But many others have already, and I did not know. And all I want to do now is to hug them all and tell them that I know how they feel, I know that life can be awful and then beautiful again. And beyond sadness, and grief, and anger there is joy again. Because after a storm there is always a rainbow.

Thursday, 6 April 2017

Io sono a favore dei Lego Friends

Qualche tempo fa sono incappata in una discussione con una amica sui giochi da bambini legati al genere. Partiamo dal presupposto che i giochi sono giochi e ogni bambino dovrebbe poter giocare come e quanto vuole. Ammetto però che, quando devo fare un regalo di compleanno a un amico o amica dei mie figli, generalmente mi oriento sul genere. Non tanto sugli stereotipi di genere, ma, a parità di gioco, diciamo il playdoh, non regalarei il castello di ghiaccio di Elsa a un bambino. Mi farei meno scrupoli con una bambina, ma l'altro giorno, con il gioco in cui si accessoria qualcosa con i magneti, ho glissato sulla macchina e ho pensato di regalare le donnine da vestire - ho infine risolto con le costruzioni a pettine. Per inciso, noi di donnine da vestire ne abbiamo ben 3 set e ci giocano tutti, maschi e femmine; ma vai a sappi tu come reagiscono i genitori, meglio andare sul sicuro.
Sono ben contenta di avere un maschio e una femmina, perché in casa mia, nonostante i mie plurimi tentativi di far passare le feste con il minimo sindacale di regali, c'è di tutto di più, da bambole rosa a piste per le macchine, e entrambi giocano con tutto, a seconda dell'umore. In case in cui il sesso è unico, c'è di solito meno varietà, cosa comprensibile per i motivi di cui sopra, ma che a cui forse si potrebbe poggiare un pensiero e porre rimedio. Mi rifiuto di pensare che nel 2017 ci siano genitori che non permettono ai figli maschi di toccare le bambole o a figlie femmine di impugnare spade. Non succedeva nemmeno ai miei tempi, io non ho ricordi di aver mai giocato con bambole, ma ho il nitido ricordo di aver adorato i robot componibili.
Ma a parte questo, il fulcro della discussione con la mia amica era sui Lego e la polemica sui Lego Friends e Elves. Ora, io mi sono scoperta una appassionata tardiva di Lego, in casa mia ne abbiamo a bizzeffe e forse non siamo nemmeno all'inizio. Lasciamo perdere che mi sono comprata il castello di Dracula e non vedo l'ora sia Halloween per ingaggiare tutta la famiglia, montarlo e sfoggiarlo sul mobile rosso di salotto. Abbiamo parecchi Lego "da bambine", che montiamo e smontiamo in continuazione e che non hanno nulla di diverso da quelli tradizionali, a parte nelle ambientazioni. Ed è proprio per questo che la polemica contro il Lego "da bambine" mi fa incazzare: perché non andrebbero bene? se lo scopo del gioco è spronare alla costruzione, perché non si può farlo su un terreno congeniale? perché è diventato così strano che una bambina possa preferire il castello delle fate alla nave pirata? Ben inteso che se vuol costruire la nave pirata, nessuno glielo vieta, ma se non ci fosse il castello degli elfi come alternativa, dovrebbe farsi piacere per forza la nave pirata o "rinunciare" a giocare con le costruzioni. Qui qualcuno dirà: ma puoi comprare quelli sfusi. Vero, ma onestamente gli altri son più fighi.
La mia vera polemica è che mi sembra che si stia passando da bambina = principessa a tutti i costi, all'opposta visione di bambina figa solo se snobba le principesse e si veste da dinosauro. Che poi nel mondo del lavoro si traduce in manager donna bravo solo se si comporta come un uomo. O quasi.
Penso sia molto più proficuo educare i nostri figli alle differenze fra i sessi, nella piena consapevolezza che non ci sono limiti e uno può essere quello che vuole. E che se ti piace vestirti da principessa e ballerina va benissimo: con quel vestito di lustrini vai e conquista il mondo.

Sunday, 19 February 2017

Di come l'arte si insegna e si impara

Lo scorso giovedì ho approfittato di un momento di tregua fra una influenza e una bronchite e sono andata a fare volontariato nella classe di arte della B. La nostra scuola è un magnet fine art, il che significa che ha attività ancillari a indirizzo artistico, nella fattispecie: arte, musica e danza, oltre alle più comuni educazione fisica, biblioteca e computer. Queste attività ancillari si svolgono in classi apposite e hanno insegnanti specializzati.
Nella nostra scuola, e nelle scuole americane in genere, la partecipazione dei genitori in attività di volontariato è cospicua. I genitori che lavorano devono accontentarsi di partecipare ogni tanto. Questa volta cadeva all'ora di pranzo e non me lo sono fatto dire due volte. 
Il nostro compito era supervisionare e facilitare la fabbricazione di un uccellino di creta - regalo per la festa della mamma. 
Mrs J, la maestra di arte superstar, ha accolto i bambini con il rossetto rosso e un fiore rosso da ballerina di flamenco fra i capelli. Seduta sul banco di lavoro e con il grembiule addosso, ha chiesto ai bambini di sedersi in terra come "good Monna Lisas" e di ascoltare la spiegazione del lavoro del giorno. Intagliare la sagoma del corpo e delle ali, decorare le parti con materiale rigorosamente di recupero (un conchiglia, un tappino del succo di frutta, un lego), assemblare l'ala al corpo, creare occhi e becco. Una canzoncina per memorizzare la sequenza delle operazione e via. L'opera di terracotta doveva essere poi riposta in una bustina per essere messa a essiccare ed essere pronta per la successiva fase di pittura - alla quale purtroppo non potrò assistere. I bambini stavano incredibilmente in assoluto silenzio, completamente assorbiti dalla spiegazione. Si sentiva solo la voce di una bambina che traduceva in cinese la spiegazione al compagno appena sbarcato in USA che non parla inglese. Io me ne stavo in un angolo in fondo alla classe a osservare sbalordita tutto quell'entusiasmo ordinato. 
Quando è stato dato loro l'OK, sono schizzati al loro posto e, concentratissimi, hanno iniziato a lavorare. In poco più di 20 minuti, tutti e 19 i bambini di età intorno ai 6 anni, hanno creato il loro uccellino, con una maestria che io, da profana, non mi sarei mai aspettata. Venti minuti senza sgarrare, perchè è importante imparare che il lavoro va eseguito bene e nei tempi stabiliti. 
L'uccellino di creta, per quanto carino, impallidisce davanti alla qualità delle altre opere d'arte di questi ragazzini. Autoritratti ispirati a Matisse, chitarre a collage del Picasso cubista, mattonelle decorate, sculture in terracotta, installazioni alla Louise Nevelson - per la qual opera ho gioiosamente donato uno ziplock da un gallone di giochini del cavolo che, invece di finire anonimamente nella spazzatura, verrano sublimanti in arte. 
Definiti "easy peasy lemon squeezy"
i coni sono stati il riscaldamento
 artistico della classe K
Mrs J superstar ha anche un blog, che purtroppo non ha il tempo di aggiornare da una anno, che però rende l'idea della qualità del lavoro che propone ai suoi studenti. Avevo già avuto il mio momento di stupore quando la B ha portato a casa per thanksgiving il vaso di fiori a collage, ispirato ai girasoli di Van Gogh, che in un momento di folle altruismo ho regalato a mia suocera.
"Vaso di Fiori"
B.A.C. 5 anni
Ora io, non sapendo manco fare una O con un bicchiere, rimango facilmente impressionata, ma questi bambini sono tutti eccezionali. I lavori esposti nel corridoio della scuola, che di rado noi genitori possiamo ammirare, sono tutti - e dico tutti - eccellenti. Ammesso e non concesso che non si concentri alla Roberts Elementary di Houston la prossima generazione di Monet e Dalì, mi tocca concludere che l'arte, così come la matematica e la lettatura, si insegna e si impara. E allora mi chiedo, con una punta di fastidio, perchè a me nessuno l'abbia mai insegnata, che mi sarebbe tanto piaciuto. Eppure il mio professore delle media, che era anche un artista che per essere a Pistoia faceva il suo, ci aveva giurato il primo giorno che avremmo presto riso della nostra inettitudine all'arte. Ecco, il giorno del riso per me non è mai arrivato, e ancora mi sta al culo. Ma bando ai rimpianti, che oramai che è stato è stato. Dopo aver fallito con la mia sorella, che non mi ha mai voluto far esporre in casa le sue opere, aspetto a gloria di riempire le pareti con quelle della mia figliola. L'autoritratto stile Matisse arriverà nel prossimo futuro, non appena la B avrà finito di farsi quella capa di riccioli che si ritrova e che, a detta della mitica Mrs J, le stanno dando del filo da torcere. 

Friday, 10 February 2017

Le sere sono uguali, ogni sera è diversa.


Una serata uggiosa come troppe, con una discussione senza senso sulla pizza, un bel fagotto di stanchezza, l'uggia della routine, la pazienza finita, la casa immersa nelle urla e il casino e io che ho solo voglia di silenzio.
Poi l'ora di andare a letto con il libro nuovo a capitoli, la B che russa dopo un minuto e F che rompe le palle.
- Stai qui - Va bene sto qui, però metti la testa sul cuscino, chetati e dormi - Stai qui accanto a me - Ti canto una canzone -
...Un vecchio e un bambino...
E da li non mi sono più ripresa, la mente ha vagato 30 anni di canzoni, urlate a squarciagola in macchina nelle sere di estate, cantate con il groppo alla gola perchè sembravano parlare di me, canzoni che hanno regalato emozioni, canzoni legate a un ricordo specifico. Vidi il testo di "Un vecchio e un bambino" scritto sul diario della mia amica Amanda in prima liceo e da lì mi è toccato cantare Guccini per 20 anni. L'avvelenata urlata per le parolacce è sempre stata l'arma di catarsi suprema, specie in macchina la notte. Eskimo, perchè a 20 anni era tutto ancora intero e si poteva avere tutto per possibilità. Ed il monito che "bisogna saper scegliere il tempo, non arrivarci per contrarietà" mi ha guidato in più di una occasione in questi travagliati 42 anni di vita. La mia canzone preferita era sempre stata "Canzone quasi d'amore", perchè nella mia camera a Pistoia, mentre studiavo per qualche esame, mi sentivo proprio di fare goffi voli, di azione e di parola, volando come vola il tacchino.  "Farewell" invece si cantava a squarciagla in Valle Ombrosina con la chitarra, davanti al fuoco e l'alcol che scorreva a fiumi. Parlava di noi, dei nostri 20 anni, dei nostri amori e del senso di ebrezza che si provava a affacciarsi per la prima volta alla finestra dell'età adulta. Era il nostro motto, i primi anni dell'università, che non c'è niente che non passi o che non resti con il vino.
Poi le ali per me hanno iniziato a spiegarsi, per fortuna, e ho smesso di sentirmi un tacchino, ma sul Camino Inca, davanti alla immensa valle dell'Urubamba, c'era sempre Guccini con me.  ...Sentì che era un punto al limite di un continente... Tutte le volte che la Natura mi sovrasta, in cima all'Himalaya così come davanti all'oceano in Brasile, quelle parole mi sono sempre tornate alle labbra.
La serata è andata avanti così in flusso di coscienza. F è crollato a metà di Cyrano e la mia mente è andata per i cazzi suoi, saltando da un cantautore dall'altro. Dal bar del liceo sulle note di ...compagno di scuola, compagno di sempre ti sei salvato dal fumo delle barricate... alle notti in montagna quando qualcuno mi cantava ...e te ne vai con la mia storia fra le dita.... ed io non capivo perchè, che era passato troppo tempo. Qualcun altro una volta mi deve aver detto che gli ricordavo la ragazza di autogril, quella bionda senza averne l'aria; eppure io mi sono sempre sentita quella con un posto dentro te in cui fa freddo e nessuno pare l'abbia mai capito. La mente ancora va, senza catene, come il falco di Grignani e sono le 11.20 e dovrei dormire. Da quanto tempo non pensavo a quegli anni, a quei luoghi, a quelle emozioni. Erano anni intensi, di fatti e di persone. Ero a casa, eppure spesso anelavo a essere da qualche altra parte ..Così dicevi e mi chiedevi professore, dimmi se sono un qualunquista un uomo ad ore... Questa è spuntata da chissà dove, mi piaceva tanto. Quando ero più giovane parlavo a testi di canzoni, ne sapevo decine, mi vantavo di essere un jukebox, cantavo a richiesta nonostante sia sempre stata notevolmente stonata. Dove sono finite tutte quante? Per stasera è una domanda che resta lì senza risposta, perchè si è fatto tardi, davvero, e non è sano rimpiangere i 20 anni, le notti stellate e la chitarra. Le notti stellate alla fine son sempre lì, me n'è capitata una sotto mano di recente, con Orione splendente sopra la testa, il mare calmo davanti e una bambina per la mano a cui mi sono ritrovata a sussurrare ... sentì che era un niente, l'oceano immenso di fronte. Ora è tempo di dormire accanto a quello a cui un tempo dedicai "L'uomo che cammina sui pezzi di vetro" (che non apprezzò, perchè odia la sfigata canzone italiana). Domani è un altro giorno e qui c'è da rititarle su, le barricate. Però non ho mai detto che a canzoni, si fan rivoluzioni, si possa far poesia... e invece pare che si studi a scuola, Guccini, al giorno d'oggi e questa, ecco, proprio non mi va giù. Mi consolo che quei due forse studieranno Bob Dylan.

Sunday, 29 January 2017

Dallo scienziato a Facebook


Hai presente il telefono senza fili, quel giochino che facevamo da bambini, in cerchio, in cui il primo sussurrava qualcosa nell'orecchio dell'amico vicino, che a sua volta sussurrava quello che aveva capito all'amico accanto e, via dicendo, fino alla fine? Quando l'ultimo bambino ripeteva a alta voce la frase, di solito era una cosa buffa, praticamente inventata, che poco (e più spesso nulla) aveva a che vedere con la frase originale.
Ecco: il primo bambino è lo scienziato intervistato, l'ultimo il post di facebook che tanto piace lik-are e condividere; nel mezzo tutta una serie di giornalisti, persone non del settore ma che si ritengono informate, gente comune, qualche troll. 
Vogliamo fare un esempio pratico che infuoca gli animi di tutto il mondo e che a me, invece, onestamente, sta iniziando a diventare pesante e noioso come un macigno monocromo? Il caso Wakefield e il suo pluricommentato articolo sul presunto legame fra vaccini a autismo.
Il paper originale, poi ritirato da Lancet, dichiarava una presunta correlazione fra il vaccino trivalente MMR e autismo. Il trial era ridicolo, c'erano conflitti di interesse, comportamente non etico,  i dati erano falsificati ecc ecc. 
Il punto che mi preme sottolineare è che nemmeno lui dichiarava una correlazione tout-court fra vaccini e autismo, ma solo fra quella specifica formulazione, di quello specifico vaccino trivalente, somministrato in quegli anni in Inghilterra e l'autismo. Il suo vaccino monodose, appena brevettato, era dichiarato sicurissimo. Per esempio. Queste dichiarazioni, false, sono passate di bocca in bocca, complici mezzi di diffusione di massa, meccanismi di creazione di panico collettivo e complottismi, per arrivare all'equivalente fine anni 90 del meme di facebook: i vaccini causano autismo.
Se si vuole ripassarsi tutta la storia, questo fumetto è un buon punto di partenza.
Un altro esempio? il bicarbonato cura il cancro. Qualche tempo fa, ho assisto a un talk del tipo che, fra tanti, ha involontariamente contribuito alla diffusione di questo falso mito. Nei suoi studi aveva trovato che la basificazione dei certi tessuti tumorali poteva portare alla regressione di certi meccanismi di proliferazione. Era un "proof of concept" lecito: i tessuti cancerogeni di solito hanno un pH leggermente più acido del resto del corpo. Aveva questi dati in una diapositiva all'interno di una presentazione esaustiva di imaging diagnostico, durante una intervista con una rete nazionale. L'unica cosa che venne riportata fu sta cosa del bicarbonato, ultrasemplificata, che poi si è tradotta in: il bicarbonato cura il cancro e non ce lo dicono perchè così possono fare i soldi sulle medicine. E su questo argomento, che mi sta particolarmente a cuore, per motivi personali ancor prima che professionali, non mi stancherò mai di ripetere che uccidere il cancro è facile (basta un po' di varichina), il problema è uccidere il cancro e lasciar vivo il paziente.
Mi fermo, ma ci potremmo fare una serie a puntate su credenze simili, che nascono da un errore di comunicazione fra vertici e base. Volete le puntare? Siti che provano a spiegare e far luce si sprecano: da Bufale un tanto al chilo a MedBunker. Sennò chiedete, ne ho in serbo varie, che spaziano dall'olio di palma, al grano avvelenato, passando dall'OMG, i pesticidi, le radiazioni e l'omeopatia. Solo che sono molto lenta a scrivere. 
Ora, io non credevo ci fosse la necessità di questo post, e forse in effetti non c'è, ma sono rimasta colpita dal putiferio che l'affermazione del Dr Burioni, letteralmente "la scienza non è democratica" ha creato, e ho sentito di dover dire la mia. No, la scienza non è democratica, non nel senso che non
deve essere data la possibilità a chiunque di capirla, ma nel senso che i dati sono dati, e rimangono tali anche quando ci danno torto. Chiunque faccia ricerca, conosce bene quella frustrazione, di avere le tue convinzioni negate dai dati sperimentali, e la fatica di superare la tendenza, umanissima, di volerci leggere quello che ci piace di più.
Infine una riflessione: quanti soldi devono essere spesi per provare e riprovare quello che è già stato provato e assodato, allo scopo di convincere i complottisti? Non sarebbe meglio spenderli altrove, quei soldi? Se non si fosse inteso la ricerca costa assai, cose da scoprire ce ne sono ancora a bizzeffe e non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Per tornare al punto del post, e cioè sulla difficoltà di comunicazione fra scienziati e non, vorrei chiedere a chi è arrivato a leggere fin qui, un paio di favori: 1) insegnate a noi scienziati il modo migliore per comunicare con voi, i non addetti ai lavori e 2), ancora più importante, ponetevi da ora in avanti il problema non tanto di verificare le fonti, che dovrebbe essere dato per scontato, ma di verificare che "la traduzione" da linguaggio tecnico a linguaggio comune sia corretta. Inutile girarci tanto intorno: una notizia di una possibile cura riportata da Nature o dal sito NelNomeDellaDea (me lo sono inventato, ma ci sta che esista) ha, per forza di cose, due pesi diversi. E son pronta a scommetterci dei soldi che, se di cura miracolosa e complotto di parla, sarà nel secondo. Inutile anche sottolineare che per tradurre il linguaggio tecnico in linguaggio comune è necessario semplificare, ma se si semplifica troppo, ritocca per cercare lo scandalo, taglia e riattacca, e decontestualizza, alla fine magari un fondo di vero in quella notizia c'era, ma ci per come è riportata ci corre come fra scienza e fantascienza (o culo e le 40ore, come più vi aggrada).

Wednesday, 18 January 2017

The kids are alright

In effetti sono mesi che non scrivo nulla. Mi fa piacere che qualcuno mi abbia chiesto se mi si fosse seccata la penna. Un po' devo ammettere che è così. La verità è che non ho molto da raccontare. La vita quotidiana prosegue nella più totale delle routine, della serie i figli crescono e noi si invecchia, che, per quanto mi riguarda, va più che bene. Sui fatti di cronaca e politica mondiale, poi, ho esaurito gli argomenti litigando con amici e gente a caso sui social network.
I temi trattati sono stati: Trump, il referendum costituzionale - che mi ha tenuta impegnata per una settimana buona -, se gli italiani all'estero debbano o no avere diritto al voto, Trump, se il Brexit s'ha da fare, ancora Trump, l'olio di palma, i vaccini, se la vittoria del no sia o non sia paragonabile al Brexit, se valesse o meno la pena di andare a guardare Doctor Strange, se Renzi sia stato buono o cattivo, Trump.
A parte questo chiacchiericcio, gli unici fatti rilevanti, nel bene e nel male, degli ultimi due mesi, sono state le vacanze di Natale fra immersioni e amici italiani in visita e il furto delle nostre biciclette. Ah, e mi hanno promosso a faculty member. E sono riuscita a mettere in piedi una collaborazione con l'Italia che spero dia la scusa di tornare a casa senza dover prendere ferie.
La verità è che sono stata circondata da mille uccelli paduli (che, per i non toscani, sono quelli che volano all'altezza del c@@@), e molte di queste beghe sono ancora allegramente irrisolte. Il furto della bici è solo l'ultimo della lista. Nessuna è una fantozzata esilarante, quindi non vale la pena di dilungarsi.
Ma insomma, nel mentre, è iniziato il 2017, nonostante il mio lurkare.
Sono preoccupata per la nuova amministrazione USA, per il mondo che sembra impazzire e voler tornare indietro di 50 anni, per i soldi che spariscono dal conto nella forma di bici rubate e affitti non pagati. Questi sentimenti sono preponderanti, da cui la penna seccata. Ma ovviamente la maggior parte delle cose vanno bene, e ci sono cose che mi rendono molto contenta.
Per esempio sono contenta per la scuola della B per quello che sta imparando e come lo sta imparando, per le sue opere d'arte fatte di materiale di riciclo, per la sua sensibilità verso l'ambiente e avversione agli sprechi, perché a thanksgiving ha detto che era grata per i suoi genitori e suo fratello e per tutti i libri che aveva che adesso poteva leggere da sola.  La mia ossessiva compulsiva mania per la raccolta differenziata, unita alla regola ferrea dei compleanni "no gift" e ai costumi improvvisati a richiesta con quello che c'è in casa, sta chiaramente sortendo qualche risultato. Probabilmente le ricacherò tutte fra qualche anno, quando una figlia shopaholic mi ruberà la carta di credito la notte.
Sono molto contenta per il carattere di quel matterello di F, che nonostante pensi di essere un leone per la maggior parte del tempo e, quando non lo pensa, si trasformi in una cavalletta indemoniata che si lancia da altezze decisamente non consone, sembra essere dolce, sensibile e socievole, nonché incazzoso peggio di su ma. Praticamente bipolare.
Sono contenta anche per il resto della gente che mi circonda, più o meno da lontano, c he fanno il suo a farmi sentire meno "da sola contro il mondo", sentimento in cui sguazzo volentieri da tutta la vita.
Per ora è tutto, ma mentre scrivevo questo post a caso, mi sono venuti in mente un paio di argomenti, forse lievemente più interessanti, che spero riuscirò a mettere nero su bianco prima del prossimo Natale. E a proposito di cose a caso, BlogSpirit ha cancellato il mio vecchio blog (Storie a Caso, n.d.r.), di cui per fortuna ho un back-up, che forse un giorno diventerà un libro. Chissà

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Thursday, 10 November 2016

Make America Likable Again

questa mi era piaciuta di piu'
Ieri ho preso la giornata libera e non ho letto o scritto nulla. Ho solo versato un paio di lacrime ascoltando il concession speech di Hillary. Io non ho votato, come al solito - fatto che sta diventando abbastanza frustrante - ma ho vissuto queste elezioni 2016 in primissima persona, a lavoro, alle scuole dei miei figli, fra gli amici aventi diritto al voto e non.
Ieri mattina l'atmosfera era surreale, gente con gli occhi cerchiati di nero dalla notte insonne, che scuoteva il capo e diceva: "mi dispiace". Messaggi su messaggi sui miei social e sulle mie messaggerie da parte di amici, conoscenti, gente a caso che voleva sinceramente sapere e capire, dare opinioni, o piu' semplicemente sparare a zero. Ho cercato di tenermi lontana dal qualunquismo di certi discorsi  ("che cosa ti aspetti dagli Americani"), ho condiviso pacamente la mia opinione, ma sono rimasta molto piu' infastidita del dovuto dal sarcasmo. 20 anni di Berlusconi mi hanno tolto la voglia di giustificare perche' un soggetto del genere possa anche solo pensare di essere candidato. Ed e' per questo che ve lo faccio spiegare da qualcun altro: 
ecco perche' Trump ha vinto le elezioni del 2016, leggetelo qui (articolo).
Spot on. 
C'e' solo da aggiungere che, nonostante a me lei piaccia assai e penso avrebbe dato un calcio a questo paese nella giusta direzione, soprattutto per la popolazione femminile, Hillary Clinton rappresenta la vecchia politica e questo alle "elite" dell'articolo linkato (lo avete letto vero?) non piace.
Un paio di punti e poi dico quello che mi preme dire.
Trump non e' un dittatore, per ora, e' un presidente di un paese democratico. Il che significa che non si puo' alzare una mattina girato di coglioni perche' il materasso del letto della Casa Bianca ha fatto venire il mal di capo a Melania e cancellare l'Obamacare, dichiarare guerra alla Cina o rimpatriare gli Italiani perche' sono sudici e dicono parolacce (true story). Inoltre, da buffone quaquaraqua quale sembra essere, prendera' toni molto piu' moderati su svariti punti. Perche' a chiacchierare siamo tutti buoni, poi c'e' da governare. 
Per il momento, quindi, cerchiamo di non indulgere in inutili allarmismi, o, almeno, non aspettateli da me. Non avrete nemmeno parole di odio, sgomento e rabbia, perche' ho esaurito le mie risorse di fede nel buonsenso con martedi' notte. Ce ne erano rimaste poche, del resto, dopo il Brexit e i fatti di politica Italiana (family day in primis). 
Martedi' ero anche sola in casa, marito in New Jersey, bambini a letto, bottiglia di vino, dito fremente che cliccava in maniera ossessiva compulsiva gli aggiornamenti. Una serata molto triste. Ma fra tutti gli "o mamma" "che disastro" "vado in Canada" "'cazzo fai America?" ho avuto modo di riflettere su un po' di cose. 
1) I Trump supporter vivono una realta' che a me e' ignota. Chi e' questa gente? Cosa pensa?  Io, e la classe politica di "sinistra", i democratici e liberali, non ne abbiamo idea. Noi, elite di persone che vive nelle aree urbane, che ha come minimo una laurea, che e' abituata a elaborare pensieri indipendenti, a questionare, a fare polemica, non abbiamo fatto, evidentemente, lo sforzo di capire quella realta'. L'abbiamo semplicemente bollata come composta da una massa di caproni. Come quelli che hanno votato "brexit" in UK, o che inneggia ai Family day. E abbiamo perso. Perche' quella massa e' bella larga.
2) La legittimazione di odio, razzismo, sessismo, omofobia e generale isolazionismo e' il vero dato allarmante di queste elezioni. Ma c'era lo stesso, anche se Hillary avesse vinto ed e' un fenomeno che va, purtroppo, al di la' dei confini degli Stati Uniti. E non e' certo nuovo, perche' in tempi bui, ci si chiede la porta di casa alle spalle, con chiave e chiavistello. 
3) Io non ho votato, insieme a una percentuale altissima di legal US residents che pero' non prende la cittadinanza per i motivi piu' svariti - non ultimo il sistema di tasse. Io, come la maggior parte dei sopracitati, facciamo parte dell'elite di cui sopra, quella che snobba i caproni trumpiani ed e' strutturalmente democratica. Forse e' il caso di mettersi doppia mano sulla coscienza, non lamentarsi e agire. Ed e' per questo che, penso, appena possibile, prendero' la cittadinanza americana cosi che alla prossima elezione, votero'. Ah, e mi evitero' le file alla dogana.
Voglio chiudere questo post, qualunquista, di cui nessuno sentiva il bisogno, con una nota positiva.
Il mio Facebook e' composto in maniera smisurata da amici inglesi e italiani (viventi ovunque) e solo recentemente sono iniziati ad apparire amici americani veri, quelli che hanno diritto al voto, per intendersi. I loro post, all'indomani della cocente delusione della perdita di Hillary, che nessuno - in tutta coscienza -si aspettava, hanno srotolato davanti ai miei occhi la profonda differenza fra noi e loro; fra chi, come me, e' cresciuto a pane e assistenzialismo e chi a fried-chicken e capitalismo . Dopo le lacrime di rigore e i commenti, sempre molto intelligenti e pacati - l'elite di sopra, remember? - , la maggior parte ha iniziato a postare link di organizzazioni no-profit da finanziare (climate-change in primis, ma anche gun control e sostegno alle minoranze). Perche' se il governo non ci pensa - e non ci pensera' - ci si pensa da noi. Out of pocket. Perche' noi abbiamo potere di intervento sulla realta' che ci circonda, senza aspettare che qualcun altro ci pensi per noi. 
Perche' alla fine siamo 'stronger together', slogan democratico di queste elezioni, candela a cui appigliarsi se il buio del tunnel dovessere diventare pesto assai, sentimento suggellato negli abbracci di ieri mattina alle 8 nemmeno davanti alla scuola elementare pubblica di Houston, Texas, USA.  

Tuesday, 18 October 2016

We care about your memories

Oggi Facebook, con cui ho un rapporto amore odio, ma che ancora non ho mandato definitivamente a cagare perchè unica mia fonte suprema di conoscenza, mi ha dato il buongiorno con questo.
5 anni fa, oggi, sentivo il bisogno di aggiornare il web che ero sulla via dell'aereoporto. Con la Bianca. Che aveva poco più di due mesi e che prendeva il suo primo aereo, British Airways, rotta Londra-Pisa.
L'anno prima, oggi, mi scadeva il tempo del suo fratello ed avevo fatto un sacco di progetti di passare mesi in Italia, nella mia casa di Firenze, con il bambino neonato, a godermi gli idilli della maternità. L'anno prima tutti quei sogni e quei progetti erano andati a puttane ed era una beffa. Lo schiaffo finale. La calcio nelle costole a quello che già rantola per terra in preda a un infarto.
L'anno dopo mi accingevo a spolverare qualcuno di quei progetti, ma il cuore era pesante e la bocca amara. Sapeva di minestra riscaldata, di festa rimandata, di qualcosa che aveva un retrogusto patetico. Ero patetica, che cosa cercavo di fare? Quello che era stato era stato, tutto era andato a farsi fottere, tanto valeva stasersene a Brentford Docks con le papere e le nuove amiche.
Ma in Italia sentivo il dovere di andare, per far conoscere la bambina alla nonna e ai parenti, nonchè alle flotte di amici che non sapevano nemmeno che fosse stata in arrivo.
Mi ricordo benissimo quel giorno di cinque anni fa, anche senza l'aiuto di Facebook, come una giornata amara. Nonostante l'emoji con il sorrisino di circostanza.
In Italia passai quindici giorni, dormendo sul divano della mia sorella, e andò benissimo. Avevo decine di amici che non mi vedevano da più di un anno, da quando esisteva ancora la vecchia me, che non osavano chiedere come andava, ma che erano sinceramente preoccupati e ansiosi di vedere che faccia avesse quella nuova me.
Andò benissimo.
La Bianca dormì per quasi 15 giorni filati, buonissima, ovunque, conquistandosi il titolo di pupattola finta. In retrospettiva, forse, conoscendola ora nello splendore dei suoi 5 anni e due mesi, per lei c'era semplicemente troppo casino e troppa gente e, saggiamente, decise di salutare la curva e dormire. Lo fa ancora, di mettersi da parte a farsi i cazzi suoi, quando la situazione non la soddisfa e gli amici diventano troppo entranti.
Io andai a mille cene/pranzi/colazioni/aperitivi, vidi tutti o quasi e rimisi un po' di conti. Qualche programma sfumato l'anno prima fu messo in atto. Qualche lacrima fu versata. Molta Toscana venne percorsa in macchina, in solitaria, io e quel cosino nel seggiolino che se la ronfava.
Sì, ha avuto tutto il tempo il sapore della festa di compleanno rimandata per condizioni metereologiche avverse, quando spengi le candele, ma lo sai che non è più il tuo compleanno e ti ricordi di quanto il tuo compleanno vero abbia fatto cacare, perchè eri sola in una stanza a piangere davanti a una candela spenta. Ma una festa, anche se rimandata è una festa. E i demoni vanno prima o poi guardati in faccia per sputargli fra gli occhi.

Sunday, 9 October 2016

4 borse, 2 bambini e una macchina in Colorado


Avevo iniziato a tenere un diario di viaggio di quelli fatti bene, solo elettronico, perché esperienza da mamma viaggiatrice mi insegna che il diario di viaggio di questi tempi si scrive quando i figlioli dormono e la luce è, quindi, spenta.
Ho riportato con dovizia di particolari il viaggio in macchina da Houston a Santa Fè, con cena al ristorante vegano di Forth Worth e sosta notturna al motel di Wichita Falls, poi mi si scaricato il computer appena messo piede a Grand Junction. Qui ho realizzato che avevo inesorabilmente perso il caricabatterie, probabilmente lasciato nell'ostello di Santa Fè, unico AirbBnB che si guarda bene dal rispondere ai messaggi. Quindi tutto è andato narrativamente perduto ed ho deciso di documentare il viaggio in maniera social e globalizzata, postando foto di paesaggi mozzafiato e bambini sudici su FaceBook. Peccato che da FaceBook non trapelino fantozzate e figuracce, aneddoti e commenti, stupore, ammirazione, incazzature e battibecchi.
Nel primo trekking a Mesa Verde National Park, il ranger ci ha fatto notare che tipo di genitori immondi eravamo a tentare la discesa nel canyon con un bambino piccolo senza cappello. Abbiamo perciò comprato un cappello da Junion Ranger, rassicuratato l'apprensiva signora che ci stavamo avventurando nella selva oscura con sufficiente provvigione di acqua e iniziato la discesa, al seguito di una famiglia munita di nonna, neonato in marsupio e una manica di ragazzini. Questo trekking non doveva essere poi così terribile. Infatti ce la siamo cavata, con un po' di difficoltà sui gradoni, qualche lamento verso la fine, ma tutto sommato senza grossi intoppi. Bambini crollati di stanchezza a tavola. Nanna in un piccolo motel di provincia a Cortez, a 10 min scarsi dal parco. Missione compiuta.
A Grand Junction ci siamo avventurati al Colorado National Monument, con tanto di trekking culminante su una roccia che si chiama Devil's Kitchen - notevole - dove abbiamo incontrato una mamma con 5 figli dai quattro anni in su, che si arrampicavano come capre svizzere in ogni dove, seguiti senza indugi dalla B. F dopo qualche tentativo, ha asserito, in italiano rotto, che la montagna è grande e lui è piccolo e che si sarebbe seduto lì a mangiare i goldfish. E così è stato, senza se e senza ma. La giornata è proseguita fra polvere e meraviglia, scandita da vari avvistamenti di falchi pellegrini, ossessione del momento dei minori di famiglia. Ne abbiamo avvistati a decine, anche perché la  categoria copre ogni pennuto, dai corvi alle aquile reali.
Dopodichè c'è stata una giornata di intensa guida, per la strada fino a Denver, fra boschi e laghi, cittadine montane che ricordano molto quelle delle Dolomiti e meraviglie varie. Denver, così come Bolder, sono state belle scoperte inaspettate. Uno crede che le città americane lascino il tempo che trovano. Tutte quante, eccetto forse New York e San Francisco. Cazzata, quest'ultima, da europeo con la puzza sotto il naso. Certo non trovi il paesino medioevale con resti romani, ma trovi città che sono città, dove cammini fra monumenti, musei e arredi urbani, fai shopping e ti fermi a bere il caffè. Denver e Bolder sono fra queste, con l'aggiunta che sono popolate da gente costantemente agghindata in abbigliamento sportivo, tante volte ci fosse da scalare una parete e fare un giro in mountain bike, fra un drink e un colpo di carta di credito. I playground, a Bolder, sono pareti da arrampicata. Mi sembra di aver detto abbastanza.
La strada si è poi svincolata fra altri due parchi notevoli: il Garden of the Gods e il Grand Sand Dunes Natioanal Park, dove l'hiking di un certo livello ha lasciato il posto alla passeggiata con il passeggino o al rotolamento giù da immense, quanto inattese, dune di sabbia. Non è potuta mancare la fantozzata finale, costante di ogni nostro spostamento. La mattina dell'ultimo giorno, quando il programma era tornare a fare sand boarding sulle dune prima di dirigersi verso il Texas, la macchina non si è messa in moto. Sì, eravamo in un AirBnB in mezzo al nulla. No, non era la batteria. Abbiamo passato l'ultimo giorno di ferie bloccati in una cittadina non proprio esilarante, con l'ansia di non poter ripartire. Quel motore che si accendeva, alle 4 del pomeriggio, è stata la più soave delle musiche. Da qua è stato tutta guida fino a casa, dove un ospite e un meeting di lavoro ci attendevano due giorni dopo.
È stato meraviglioso, rilassante, esilarante, non troppo faticoso, rinfrescante e divertente. Una delle migliori vacanze degli ultimi anni, senza dubbio. Un viaggio con la V maiuscosa, quasi - quasi eh - come ai vecchi tempi. Fattibile con i bambini. Alla scoperta di parti bellissime degli States, che da europei nemmeno sapevamo potessero esistere. One State down, many more to come.

Friday, 30 September 2016

Spelling creativo

Si chiama "imaginative spelling".
Le parole vengono scritte con i suoni, esattamente come si fa in italiano, con l'unica trascurabile differenza che in inglese lo spelling è complicato, talmente complicato che alle elementari si tengono dei campionati.
L'altra sera la B si è messa al suo tavolino con la testa china e non la si è sentita per più di un'ora. Quando finalmente si è palesata in cucina, aveva in mano una serie di bigliettini, con dei disegni e delle didascalie scritte da lei, che mi chiedeva di rilegare in un libretto.
Ad opera compiuta, mi sono messa a leggere cosa aveva scritto: c'erano parole sparse, la lista dei colori che hanno ultimamente imparato a scrivere correttamente, e poi frasi di vita quotidiana, tipo "la mamma mi porta a scuola a piedi la mattina", solo che lo spelling era a dir poco estroso, quando non proprio esilarante.
Mi sono morsa le labbra per non fare correzioni, mi sono complimentata per l'impegno e non ho nemmeno accennato alla possibilità di errore.
10 minuti dopo, ho scritto una mail alla maestra.
Non sono madre lingua inglese, come è ovvio. Questo comporta che, sebbene - suppongo possa ammettere - parlo e scrivo in maniera fluente, non ho idea di come l'inglese scritto venga insegnato. Nè tantomeno posso immaginare come si possa insegnare a leggere. Questo "non avere idea" mi dà talvolta pensieri, perchè è chiaro che i miei figli, a scuola, faranno parecchio da sè. È ironico che si ritrovino esattamente come me a suoi tempi, nonostante i loro genitori siano entrambi dottori di ricerca, mentre la mia zia aveva a malapena finito le elementari.
Ma insomma dicevo, ho scritto una mail alla maestra, chiedendo che cosa si deve fare in questi casi, se correggere le parole scritte male - e se sì come - o lasciare perdere e non intervenire, cosa per la quale in materia scolastica propendo sempre fortemente. Io la vedo che le maestre insegnano, mentre le mamme fanno le mamme. Lei mi ha spiegato quella cosa dell'imaginative spelling e mi ha rassicurato che si corregge da sè. Come, sono curiosa di vedere.
"Great Question!We call this imaginative spelling.  Basically, they write down the sounds they hear in order to spell the word.  This is wonderful and you do not need to correct her.  It will correct on its own"
Intanto, un quesito per tutti voi:
chi indovina i 10 animali della foto?